IL SECOLO DEL RUMORE

Libro

IL SECOLO DEL RUMORE

Il paesaggio sonoro nel Novecento

di Stefano Pivato


RECENSIONE
di Serafina Gerace


«L’opposizione rumore/silenzio esplicita, tra Otto e Novecento, il passaggio dall’età moderna a quella contemporanea». La densa essenzialità di questa concettualizzazione è ripresa dal libro Il secolo del rumore. Il paesaggio sonoro nel Novecento, edito da il Mulino, Collana Intersezioni, Bologna, 2011.

L’autore, Stefano Pivato, già docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino e già Rettore della stessa Università, si addentra in atmosfere solitamente non esplorate dagli studi storici ma pur sempre indagabili nella direzione della storicità: situazioni e connessioni che hanno determinato la nuova dimensione del vivere a livello uditivo.

L’excursus discorsivo è contrappuntato da una variegata terminologia sonora ma anche da riferimenti storici, politici, giuridici, letterari, artistici e medici, arricchiti di aneddoti e immagini. Ne risulta un ampio tracciato conoscitivo del periodo storico compreso tra la fine del Settecento e l’epoca attuale, indagato attraverso le profonde trasformazioni delle abitudini e degli stili di vita, in particolare attraverso la socialità e la culturalità sonore.

Sono ormai lontane molte rarefatte atmosfere del passato. Il Novecento, definito «il secolo del rumore», ha dinamicamente modificato gli scenari uditivi. Gli odierni rumori, sempre più assordanti, sono causa di vero e proprio inquinamento acustico con frequenti richieste di “progettazione del silenzio” a livello edilizio ed urbanistico.

In una prima analisi sul silenzio avviata nell’Introduzione, Stefano Pivato si interconnette con il programmatico Manifesto for silence di Stuart Sim non tralasciando il profondo significato sociale del rumore sottolineato da Jacques Attali secondo il quale «[…] bisogna imparare a giudicare una società in base ai suoi rumori […]». Considera poi «[…] i sentieri di una storia dei sensi […]» analizzando l’udito seriamente compromesso da rumori dilaganti che in alcuni casi si rivelano «[…] una sorta di religione laica della modernità». Con gradevole accessibilità fruitiva, la sua ampia riflessione consente a giovani e meno giovani di approfondire avvenimenti ed aspetti della storia sonora recente e meno recente.

Ecco considerare la novità apportata alla fine del Settecento dalle truppe napoleoniche in Italia, una novità caratterizzata dai coinvolgenti ritmi delle bande e delle fanfare che vivacizzano e scandiscono energicamente le tranquille atmosfere italiane. La «ritualità laica» dei tamburi si contrappone così alla consolidata ritualità religiosa del suono delle campane, sempre più limitate ed addirittura avversate, anche in seguito. Sono emblematiche, al riguardo, le vicende di Don Camillo e Peppone mirabilmente descritte da Guareschi.

Nel corso dell’Ottocento sembra accentuarsi la differenziazione tra ambienti popolari e borghesi, i primi criticati e distanziati per l’eccessiva rumorosità, i secondi caratterizzati da atmosfere più silenziose. Una differenziazione evidente anche nelle diverse tipologie e modalità di ballo. In contrasto con i salti rumorosi dei contadini, i passi del valzer diventano più delicati e leggeri anche perché i ballerini possono «scivolare» su innovativi pavimenti in parquet. Avviene così «[…] il definitivo passaggio dallo stile di danza rurale a quello urbano […]». Il rumore è addirittura «[…] considerato come indice di disordine sociale […]» e spesso connota la diversità del pubblico nei vari teatri: più rumoroso e contestatore il pubblico che acclama l’opera lirica, «[…] la più popolare forma di spettacolo», più tranquillo quello che segue la musica sinfonica, ascoltata in «[…] una sorta di religioso silenzio» senza applausi durante le pause, consuetudine ormai consolidata. «In realtà […] le prime sale da concerto nascono proprio come strutture architettoniche del silenzio».

Una significativa variazione spazio-temporale delle atmosfere sonore si evidenzia sul finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Alla quiete ancora percepibile negli ambienti rurali si contrappone una moderna e frenetica vita urbana, acusticamente individuabile nei rumori delle fabbriche e nei nuovi mezzi di trasporto (treni, macchine, motociclette, biciclette). Vari elettrodomestici iniziano ad invadere le case. Se la rivoluzione industriale e quella tecnologica modificano il paesaggio sonoro, per altri versi determinanti si rivelano le ideologie futuriste applicate in ambito letterario, pittorico, musicale, con l’esaltazione del rumore elevato a simbologia di velocità e modernità. Il rumore è onomatopeicamente versificato da vari poeti e iconograficamente rappresentato da pittori intenti a conferire forti colori a specifici rumori, in aperto contrasto con le «sfumature del pastello» e la «tenuità delle atmosfere» tipiche dei macchiaioli. È anche variamente musicato nelle diverse timbriche strumentali e recuperato nei vari effetti sonori naturali attraverso il singolare e famoso “intonarumori” di Luigi Russolo, tanto contestato durante la prima esecuzione pubblica da scatenare «[…] una vera e propria rissa».

La diversa dimensione della percezione uditiva del primo Novecento, determinata proprio da una diversa tipologia di rumori, inizia a riflettersi anche nella politica: il carisma dei bravi oratori è proporzionale alle particolari tonalità e potenze vocali in grado di catturare l’attenzione delle folle durante i comizi. Nuovi rumori si evidenziano anche nelle guerre (armi automatiche, moderna artiglieria, aerei militari). Nel corso della Prima guerra mondiale «[…] milioni di soldati, abituati ai ritmi della campagna, prendono contatto con la civiltà industriale e tecnologica […]». Si delinea «una rivoluzione mentale nella quale il fattore tecnologico prevale su quello biologico». «Incubi e allucinazioni» dei soldati sono analizzati da Agostino Gemelli e da altri ricercatori.

Successivi cambiamenti si avvertono nella musica. «Se gli anni precedenti la Seconda guerra mondiale sono dominati dalla melodia, attorno alla metà degli anni Cinquanta la musica conosce una profonda trasformazione grazie all’enorme diffusione del rock and roll». Ma «[…] la definitiva invasione del rumore […]», aggiunge Stefano Pivato, avviene «[…] fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, in quel gigantesco processo di trasformazione che in Italia è noto con il nome, alquanto fragoroso, di boom economico». Si modernizzano enormemente la produzione industriale e tecnologica, il settore delle comunicazioni e quello dei trasporti con la realizzazione di estese arterie stradali e ferroviarie.

In questa rinvigorita atmosfera sociale si percepiscono nuovi scenari sonori. I vecchi fonografo e grammofono sono sostituiti da nuovi sistemi di registrazione e di riproduzione, l’amplificazione è resa sempre più innovativa. Sorprendono le manipolazioni e le installazioni sonore. In molti casi, il rumore percepito sembra trasmettere dinamismo ed energia, quello esibito sembra addirittura rendere importanti. Uno stato psico-fisico riscontrabile anche nella musica, nello spettacolo, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche frequentemente dominate da veloci ritmi discorsivi e da toni di voce eccessivi. In ambito sportivo, il tifo esplode attraverso vari generatori sonori fra i quali le famose vuvuzelas, il «rombo» delle macchine di Formula 1 è acusticamente analizzato da fan della Ferrari per «[…] indovinarne modello, numero di giri, potenza e anno del debutto […]» e l’auricolare, utilizzato dai ciclisti «[…] per comunicare con i direttori sportivi durante le gare, rende insensibile l’orecchio dell’atleta al paesaggio sonoro che lo circonda».

Elevati livelli sonori si registrano ormai nelle strade, nelle piazze e in tutti i luoghi di ritrovo e di aggregazione, anche nei condomini. Clacson, sirene, antifurti, musica ad alto volume si rivelano causa frequente di intollerabilità fisica e psichica. Anche la globalizzazione ha favorito la diffusione di nuovi rumori. La stridente dicotomia «rumore/silenzio» si evidenzia con crescente problematicità e criticità coinvolgendo in studi e ricerche fisici, ambientalisti, psichiatri, psicologi, sociologi, giuristi, architetti etc.

Fin qui si è cercato di condensare, quanto più possibile, l’ampia disamina tracciata in maniera attenta e accurata da Stefano Pivato in direzione storica, sociologica, antropologica e culturale per una comprensione sonora della modernità, della contemporaneità e della post-contemporaneità. Il suo libro si addentra in atmosfere vicine e lontane scandendone e mettendo a confronto particolari caratterizzazioni e significazioni in un quadro unitario: una lettura davvero interessante.


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